Rassegna stampa

 

23/11/2009

LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO

"La buona mano" per una buona stella

A colloquio con il celebre chirurgo Marco Lanzetta


A soli quarant’anni una università italiana l’ha dichiarato non idoneo a ricoprire la cattedra di Chirurgia della mano perché «troppo qualificato». Marco Lanzetta, nel 1998, aveva già effettuato a Lione, per la prima volta nel mondo, il trapianto di una mano. Nel 2000 era passato al primo trapianto di entrambe le mani e al primo trapianto in Italia.

Se sfogliamo l’avventura avvincente della formazione e il percorso professionale costellato di primati scientifici di quello che oggi è il direttore dell’Istituto Italiano di Chirurgia della Mano, cogli nel felice titolo del saggio Garzanti La buona mano, le determinazioni che producono un’eccellenza. Insieme, però, vedi specchiate nella esemplare storia le ragioni per cui tanti giovani talenti fuggono dal nostro Paese e, se vi tornano, lo fanno solo con una autorevolezza a prova di ogni compromesso e impaludamento.

Professore, che cosa è cambiato dal 1998, anno del suo primo trapianto, a oggi nella chirurgia specifica della mano e nella chirurgia in generale?
«Negli ultimi dieci anni la chirurgia della mano si è arricchita di nuove procedure e di tecniche sempre più delicate. In particolare, il trapianto di mano ha spalancato la porta a una serie di trapianti cosiddetti salva-funzione, che erano impensabili fino a poco tempo fa».

Quali organi si possono trapiantare oggi?
«Al momento si possono trapiantare, oltre alla mano, la faccia, la laringe, la parete addominale, l’utero, gli arti inferiori, il ginocchio. Per quanto riguarda me e l’Istituto che dirigo –l’Istituto Italiano di Chirurgia della Mano, con sede a Monza, ma presente anche a Milano, Bologna, Roma, Treviso-, la sfida al momento riguarda la cura dell’artrosi, secondo tecniche più personalizzate, differenziate a seconda del grado di compromissione delle articolazioni ma anche a seconda del tipo di paziente, che riceve delle indicazioni terapeutiche integrate».

Ce lo può spiegare in altre parole?
«Si può andare dal riequilibrio metabolico, per correggere uno stato che favorisce l’insorgenza della malattia artrosica, alle cure che si avvalgono dei nuovi laser, alle cellule staminali e ai fattori di crescita che riparano e conservano le cartilagini danneggiate, alla chirurgia mininvasiva».

Lei appartiene alla schiera dei giovani che sono andati via dall’Italia: che cosa l’ha spinta a questo gesto? Come vi è tornato?
«Ho lasciato l’Italia per andare ad imparare dei migliori nel campo della chirurgia della mano. Mi sono formato professionalmente in Australia, Francia, Canada, e queste esperienze mi hanno permesso poi di rientrare in Italia con un bagaglio di conoscenze che non avrei mai potuto ottenere in così breve tempo nel nostro Paese».

Rifarebbe tutto quello che ha fatto?
«Naturalmente, senza esitare. Per me si è trattato di una “accelerazione” professionale che mi ha poi portato a essere il primo chirurgo al mondo a eseguire un trapianto di mano, prima in Francia e poi in Italia. Al momento, cerco di trasmettere ai miei collaboratori le mie esperienze, e insieme a loro cerco di offrire ai nostri pazienti un servizio di altissima qualità, in tempi rapidi con la tranquillità di essere sempre aggiornati sulle tecniche più innovative».

E quali sono i suoi attuali rapporti con la chirurgia italiana?
«Non ho rapporti geograficamente ristretti a questo o a quel Paese. Nel mio lavoro le conoscenze, i rapporti, gli scambi di carattere scientifico devono per forza riguardare un’arena globale».

Se lei volesse enumerarli oggi, quali sono i fattori che hanno determinato la sua «eccellenza», il suo primato nella chirurgia specifica della mano?
«Per fare buona ricerca occorre una programmazione di tipo nazionale, che deve d

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